Un restauro si giudica da ciò che decide di lasciare. Qui abbiamo tenuto quello che il tempo aveva fatto bene, e aggiunto soltanto quello che serve per viverci oggi.
Il restauro nasce da un progetto di conservazione e riuso dello Studio Feiffer & Raimondi, preceduto dalle indagini stratigrafiche dei restauratori: saggio dopo saggio, strato dopo strato, per capire com’era fatta la casa prima di decidere cosa farne. Il metodo è quello dei cantieri veneziani di una volta — calce, legno, terra e pietra — con qualche scelta contemporanea, fatta con misura.

Frammenti di marmo legati nella calce, levigati fino a diventare un’unica superficie continua: il terrazzo è il pavimento di Venezia perché è elastico, e asseconda i piccoli movimenti di un edificio costruito sull’acqua.
Dove i pavimenti storici erano arrivati fino a noi, sono stati puliti, stuccati e trattati a olio di lino e cera, come vuole la tradizione; dove mancavano, sono stati rifatti con la stessa ricetta di calce e graniglia. Non ce n’è uno uguale all’altro, e nessuno è mai davvero finito: col tempo diventano soltanto più belli.

Molte pareti interne del palazzo non sono di mattoni, ma di scorzoni: listelli di legno fitti — le tavole più esterne del tronco — inchiodati in file e intonacati a calce, una tecnica leggera tipica delle case veneziane.
I restauratori li hanno ritrovati sotto la carta da parati e le rasature di gesso del Novecento. In alcuni punti li abbiamo lasciati a vista, così come sono arrivati: una sezione della casa che si legge come le venature di un albero.

Niente pitture plastiche: le pareti sono rasate a calce, il materiale con cui Venezia si intonaca da secoli. La calce lascia passare l’umidità invece di trattenerla — in una città d’acqua è una questione di sopravvivenza, prima che di gusto — e prende la luce in modo morbido, mai uguale.
Accanto alle superfici nuove abbiamo lasciato qualche porzione dell’intonaco antico, con i suoi segni: la casa racconta da sola quanti anni ha.
Quando al secondo piano sono stati tolti i controsoffitti, in cima alle pareti è riemersa una cornice dipinta: foglie d’acanto policrome, stese a tempera da un decoratore di cui non conosciamo il nome, e in più punti velate da vecchie scialbature. Oggi corre lungo il soffitto di Dogà. Dal divano, alzate gli occhi.

Le travi dei soffitti sono quelle originali, in abete: ripulite, consolidate dove serviva e lasciate a vista. Sono loro a dare alle stanze del primo piano la proporzione e il calore.
E in basso, nei muri del piano terra, ci sono le altinelle: i mattoni romani dell’antica Altino, lo stesso materiale con cui fu fondata Venezia. La loro storia è raccontata nella storia del palazzo.
Il contemporaneo c’è, ma sta un passo indietro: pochi pezzi, scelti perché stanno bene accanto a travi vecchie di secoli.


Accanto ai letti, i Componibili tondi disegnati da Anna Castelli Ferrieri nel 1967: un classico del design italiano, perfettamente a suo agio sotto un soffitto di secoli fa.
Nei bagni, ceramiche svizzere Laufen: linee pulite, docce ampie a filo pavimento.
Le cortesie bagno sono di CULTI Milano, maison italiana di fragranze.
Testiere ad arco realizzate su misura per ogni camera, e una domotica che non si vede: luci, clima e accesso, senza un pannello di troppo.
Progetto di conservazione e riuso, direzione lavori
Indagini stratigrafiche sugli intonaci interni
Restauro degli intonaci e delle facciate
Ricerca d’archivio sulla storia del palazzo
Sei residenze, ognuna con i suoi pavimenti, le sue pareti, la sua luce. Il modo migliore per capirle è passarci qualche notte.