1423
Il patto
Il patto del 1423
Nel 1423 Matteo Armano, mercante di seta senza figli, lascia le sue case a un lascito benefico affidato alla Scuola Grande di San Marco. Nel testamento scrive una clausola che sembra contabile e invece è una promessa: metà delle rendite dovrà servire a mantenere gli edifici. È per quella sola riga che il palazzo attraversa sei secoli.
La promessa viene messa alla prova. Nel 1619 i periti descrivono muri “che fanno grandissima paura”; nel 1768 la facciata sul rio è fuori piombo e gli inquilini devono andarsene; negli anni Sessanta del Novecento le murature verso l’acqua sono in collasso. Ogni volta qualcuno paga, ripara, rialza. Ogni volta la casa resta in piedi.
Intanto qui ci vive Venezia: mercanti di seta, il cui commercio legava la città all’Oriente lungo le rotte che un altro veneziano, Marco Polo, aveva percorso e raccontato; i Valier per oltre settant’anni; poi i Capellis, che danno il nome alla calle ancora oggi indirizzo del palazzo. Nella parte bassa dei muri esterni si riconoscono ancora i piccoli mattoni giallini delle altinelle — laterizi romani giunti dalle demolizioni dell’antica Altino, con cui fu, letteralmente, fondata Venezia: un materiale più antico dell’edificio stesso.
L’ultimo restauro importante è il nostro: stanza per stanza, con l’intonaco della facciata sul rio rifatto in calce e terre naturali, come prescritto dalla Soprintendenza. La clausola di Matteo Armano non è più un obbligo di legge, ma continua a valere: ogni soggiorno qui contribuisce a tenere in piedi la casa per chi verrà. Per qualche notte, il patto passa nelle vostre mani.